10 giugno 2009

Architettura e moda

Miuccia Parda, si sa, non è indifferente ad arte e architettura. Con il marito Patrizio Bertelli, ha aperto una fondazione, che comprende uno spazio espositivo a Milano, la pubblicazione di cataloghi di artisti, mostre temporanee e permanenti, e lancio di nuovi talenti (uscirà a breve un libro di disegni della modella Sasha Pivovarova, una delle peferite della designer).
Dopo un negozio fatto progettare dagli architetti Herzog & de Meuron, l 'olandese Rem Koolhaas, progettista di fama internazionale, ha ideato a Seul, in Corea, uno spazio mobile e polifunzionale. Si chiama Transformer Prada.Già ideatore del negozio di Ny,l'architetto ha pensato questo rivoluzionario edificio mutante e rotante progettato per ospitare una rassegna di mostre, proiezioni ed eventi multiculturali che nei prossimi sei mesi animeranno la vita culturale di Seoul. Dal 25 aprile al 9 settembre infatto il Transformer ospiterà una serie di eventi, mostre, concerti e rassegne cinematografiche. Un avveniristico padiglione cresciuto accanto al cinquecentesco Gyeonghui Palace: unica struttura, un tetraedro in grado di rendere disponibile in poche ore ognuno dei suoi quattro lati (un esagono, una croce, un rettangolo e un cerchio) come pavimento creativo per un utilizzo diverso a seconda dello spazio o dell'allestimento previsto. La copertura è una sottile membrana di origine bellico-aeronautica ma dal nome emo e speranzoso: il "cocoon", nato per avvolgere e proteggere i caccia americani, fascia di bianco la struttura metallica senza nasconderne la forma principale. Il pavimento è un esagono e ospita la mostra Waist Down - Skirts by Miuccia Prada, collezione di gonne in movimento che racconta il lavoro della stilista dalla prima sfilata a oggi. Una quinta edizione che per la prima volta conquista uno spazio autonomo: «La mostra è nata per vivere negli Epicentri Prada (è stata a Tokyo, Shanghai, New York e Los Angeles, ndr) e illustrare alle persone all'interno degli store il nostro lavoro. Ora, qui a Seoul la presentiamo su un terreno neutro» spiega la stilista. Ed ecco che la gonna, vista come «mezzo inventivo, civettuolo, fantasioso ed enigmatico» racconta la sua storia e si offre a nuove «esplorazioni emotive nell'universo del desiderio, del sesso e dell'identità». Come? Con l'aiuto della tecnologia che la fa roteare veloce su se stessa in un moto derviscio, oppure ondeggiare come mossa da fianchi fantasma in una camminata svelta, immaginaria e sexy. E, ancora, si offre a sguardi più ironici che indiscreti, grazie a specchi sul pavimento e ad altri, più fashion-feticistici e amanti del dettaglio, grazie a lenti di ingrandimento che esaltano ricami e lavorazioni artigianali. Tanto basta a porre la questione sul punto chiave: la moda è arte? «No», risponde categorica Miuccia Prada, «è una forma di creatività, un'attività che ti aiuta a restare in sintonia con il mondo e che deve piacere al mondo ogni stagione, in questo somiglia a una canzone». Dunque, anche se la gonna è spesso scelta da vere "collezioniste" meglio non confondere e non confondersi. E avere bene in testa che il brand, più che fare arte, può legarsi a essa, dialogare ed esprimersi grazie ad altri mondi, come il cinema. Si chiamerà infatti Flesh, Mind and Soul la rassegna cinematografica che dal 26 giugno 2009 vedrà protagonisti proprio al Transformer 14+1 film selezionati da Alejandro Gonzalez Inarritu (Babel, The Burning plain) assieme al critico cinematografico Elvis Mitchell. Un programma che spazia attraverso diversi generi e periodi, raccontando una storia cinematografica composta da film "fisici, intellettuali e spirituali", come recita la brochure. Sarà poi la volta di Nathalie Djurberg e della sua mostra Turn into me, composta da animazioni e provocazioni video, curata da Germano Celant e già presentata nel 2008 alla Fondazione Prada di Milano. Solo ipotesi invece per il quarto "special event", forse una sfilata di giovani aspiranti designer coreani provenienti dalle scuole. I loro lavori hanno convinto Miuccia Prada e 8 delle loro gonne sono già esposte nel Transformer: «Sono bravi, oscillano tra forte femminilità e lavoro concettuale». Qui a Oriente la creatività è un bene rifugio, una strategia anticrisi. In grande crescita. E Prada sembra volersi aprire sempre più a queste realtà. Folgorata dal lavoro dell'artista cinese Chao Fei, non riesce a trattenersi dal raccontare l' che le ha proposto: «Una finta fabbrica di Prada in Cina», una forma di arte che entra nella vita e nel fare quotidiano: «sono idee così che mi stimolano di più in questa fase storica anche se, come in questo caso non è detto si riesca a realizzare». Intanto c'è il Transformer. Dopo Seoul, secondo Patrizio Bertelli, potrebbe sbarcare a Roma e poi a Istanbul. E Milano? «Non mi sembra una città adeguata a questo tipo di installazioni – afferma Bertelli - che, invece, potrebbero stare molto bene a Parigi. Milano è un po’ diversa, più simile a Monaco di Baviera». Bertelli assicura, comunque, che non c’è malizia nelle sue parole. Mentre la moglie, che si dice disponibile a collaborare per l’Expo Milano 2015, accenna una critica all’atteggiamento di Milano (e dell’Italia) verso il fashion system: «la settimana della moda in Italia non viene mai presa come una cosa seria».
Immaginate che un tornado abbia sollevato delicatamente un negozio di Prada e lo abbia appoggiato intatto, con altrettanta premura, in mezzo al deserto del Texas. È forse quello che potreste pensare passando sulla statale 90, nel Texas occidentale, dove tra cactus e sabbia si può ammirare la nuova installazione chiamata Prada Marfa.
In tutto e per tutto simile a uno store di via Montenapoleone di Milano o della 5th Avenue di New York. Piccolo particolare: non ci sono porte per entrare, nè pret-à-porter da acquistare.
È infatti solo una scultura permanente quella che interrompe il paesaggio di questa landa desolata, e non un punto vendita. Sorge a Valentine, a 26 miglia circa di distanza da Marfa, un paesino di poco più di 2.000 anime che è recentemente diventato una sorta di magnete per artisti e amanti dell’arte, e da cui l’opera prende il nome. A metà strada tra un’operazione di marketing e un lavoro artistico, l’iniziativa viene dalla Fondazione Prada, il ramo creativo della maison italiana, con i contributi decisivi dell'Art Production Fund e di Ballroom Marfa. La prima è un'organizzazione no-profit che si propone di facilitare ambiziosi progetti di artisti contemporanei, per sensibilizzare il pubblico all’arte contemporanea. Yvonne Force Villareal, co-fondatrice nel 2000 insieme a Doreen Remen, è la curatrice dell’installazione. Ballroom Marfa è invece uno spazio non profit, con sede a Marfa e dedicato alla cultura e all'arte contemporanea. Esplorando le varie prospettive culturali attraverso arti visive, musica e film, svolge un ruolo di patrocinatore di espressioni artistiche, innovazione e consapevolezza creativa. È stato fondato nel 2003 da Virginia Leberman e Fairfax Dorn, e gestisce un largo spazio nel centro di Marfa in cui mostre, concerti, interventi e proiezioni di film hanno luogo durante tutto l'anno. Prada Marfa è un concetto degli artisti berlinesi Michael Elmgreen e Ingar Dragset per assomigliare a un negozio Prada, ma in armonia col paesaggio e con i tratti tipici dell’architettura locale. I muri sono di mattoni cotti al sole, secondo la tradizione delle celebri costruzioni della vicina Mesa Verde, e ricoperti di stucco bianco. Le linee pulite, orizzontali e verticali,sono tipiche di uno stile minimalista. Nella vetrina, sulla parte frontale, un display mostra scarpe col tacco e borse. I cow boy di passaggio sono quindi avvertiti: niente stivali da acquistare con carta di credito, c’è solo da apprezzare la collezione autunno-inverno 2005-2006. Il tempo è uno degli elementi essenziali dell’opera, dal momento che Prada Marfa non sarà manutenuta. Potrebbe dunque, col tempo, diventare un rudere. Ma l’intento è proprio che resti pertinente al tempo in cui è stata realizzata, testimonianza della collezione dell'autunno-inverno 2005-2006 e della moda dei nostri giorni. Made by Prada, of course.
Ma non è la prima volta che delle installazioni vengono fatte per la moda.
Per il cinquantesimo anniversario della borsa Chanel, Karl Lagerfeld ha chiesto all' amica Zaha Hadid (amicizie comuni, insomma...) di pensare un padiglione itinerante, che si potesse trasportare e mostrare in diverse città.
Questa capsula futuristica accoglie oggi un'esposizione di arte contemporanea, in collegamento con l'universo della marca e in particolare la borsa 2.55.
20 artisti di fama internazionale infatti hanno creato opere appositamente per questa occasione. La visita del padiglione (gratis e aperta a tutti) dura una trentina di minuti, ed è guidata da una colonna sonora, composta da musica, voci e ambienti sonori, il tutto grazie a un I pod (conoscendo Karl e la sua passione, è stata una sua idea!) fornito all'ingresso.
Dopo Ny, il padiglione si trova ora a Tokio (fino a Luglio), e passerà da Los Angeles, Londra, Mosca e Parigi, dove terminerà il suo percorso nel 2010.

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