10 luglio 2009

MODA POST ATOMICA

Un nuovo fenomeno di moda esplose negli anni 80, insieme ai bustier di Gaultier, le stampe di Versace e il punk di Viviene Westwood: la moda giapponese. Nel 1981, un uomo abbandona la capitale giapponese e decide di debuttare con i suoi abiti a Parigi, con il dichiarato intento di rivoluzionare le regole della moda occidentale. Quest’uomo è Yohji Yamamoto. La sua collezione provoca uno shock tra gli addetti ai lavori, e la stampa specializzata la battezza "moda post-atomica": Gli abiti, costruiti con tagli indefiniti e grandi squarci, evocano il pericolo atomico. Si venne a creare allora un nuovo vocabolario della moda: “look boro”, medicante.
I look dei designers di questo movimento, Yohji Yamamoto, Rei Kawakubo di Comme des Garçons, esprimevano una concezione estetica tipicamente giapponese: la bellezza dell’indigenza consapevole. La loro collezione scosse il concetto di abbigliamento di stile occidentale e suscito polemiche. Gli stilisti giapponesi avevano dimostrato che abiti accettati internazionalmente potevano venire da culture diverse da quella europea. Yohji e Rei erano contro gli eccessi dei loro colleghi europei e americani. Il loro stile, basato sull’ascetismo e la decostruzione, metteva in discussione tutto ciò che si era visto fino a quel momento.
La moda giapponese è oversized, nasconde volutamente il corpo, anziché metterlo in mostra. Gli abiti sono sono decorativi, non fanno risaltare le forme. Le donne non sembrano né europee né giapponesi, sono coperte da strati scuri, tagliati in modo anticonvezionale. Nasce una moda per un tipo di donna che solo dieci anni prima non esisteva ancora.
Anche se le prime sfilate di Comme des Garçons suscitarono critiche, intellettuali e artisti si entusiasmarono. Artisti come Dennis Hopper e Francesco Clemente si esibirono sulle sue passerelle. I negozi della griffe sembravano asettiche gallerie d’arte, dove esponevano artisti come Cindy Sherman. I designer non sembrano interessati a creare trend di stagione. Non seguono i colori-moda, non sono interessati alle super model. Portano avanti la loro personale idea di moda. Johji fece scalpore nel 1993 quando invece di sfilare a Settembre con tutti gli altri designer, portò in scena la collezione a Luglio, per allontanarsi dal trambusto.
Hanno spesso dichiarato che il taglio del vestito occidentale si basa sul corpo, quello del capo giapponese sulla stoffa. Gli abiti non seguono le forme del corpo, le creazioni svelano la loro bellezza solo quando sono in movimento.
Yohji
Rei Kawakubo fu la prima stilista attaccata dalla stampa internazionale, nell’81. Si diceva che la sua collezione fosse una marcia funebre dopo un disastro nucleare.
“Secondo me i vestiti che scoprono il corpo non sono sexy”, disse la stilista, che proponeva invece abiti lunghi, asimmetrici, larghi, in colori scuri. Con lei, così disse, le donne non avrebbero più avuto bisogno di capelli lunghi e seni grossi per sentirsi femminili. Rei ha messo in discussione le proporzioni del corpo, imbottendo gli abiti dappertutto, facendolo sembrare assurdo, come se le modelle fossero deformi. Le imbottiture però potevano essere rimosse e svelare cosi abiti lavorati perfettamente.
Rei
look Comme des Garçons
Anche Junya Watanabe fa parte di questa corrente. Lo stilista ha studiato a Tokio e ha lavorato per Comme, prima che gli venisse concesso il proprio marchio. Il giapponese è riuscito a creare per i suoi abiti cuciture flessibili, simili ad articolazioni, che danno molta libertà di movimento. Stessa idea di estetica degli altri designers: le sue sfilate sono silenziose, le modelle distanti, gli abiti futuristici. Il suo stile è definito 'techno couture' , per il suo utilizzo di materiali insoliti. Suo è il cardigan che indossava Michelle Obama qualche tempo fa in visita a Lodra.
La critica Suzi Menkez, scrisse nel 1983 dopo la sfilata di Comme “ La mia testa si sente molto attratta dai giapponesi… ma il mio copro preferisce farsi vestire dai francesi”.
Dopo circa 5 anni, i critici cominciarono però a capire che i giapponesi avevano dato il via a una rivoluzione che cercava di offrire un’alternativa al denudamento del corpo. Piovvero lodi. Anche gli abiti di Johji diventarono più morbidi, segnando la vita o addirittura mostrando un tocco di colore. Ma ormai il nero si era imposto. Il colore anti-fashion prese piede, tra le scintillanti e colorate creazioni degli anni 80. Nel 1989 Wim Wenders documentò il lavoro di Johji in un documentario “Appunti di viaggio su moda e città. Non dimentichiamoci Issey Miyake. nel 1976 lo stilista presento il modello “ un pezzo di stoffa ”, per molti aspetti il concetti di base dei vestiti giapponesi. Il pezzo di stoffa, anche detto A-POC ( a piece of clothe), è un pezzo di tessuto, semplicemente. Il cliente doveva tagliare maniche e gonna della lunghezza voluta. “così si riducono gli sprechi di tessuto e si permette all indossatore di partecipare al passo finale del design del suo vestito, determinare la forma finale del prodotto”. Produzione di massa e abiti su misura, dunque, diventano la stessa cosa Nei tardi anni 80 sviluppò questo concetto nei suoi completi plissettati che realizzo in modo contrario a quello consueto, prima cucendo l’abito e poi inserendo le pieghe. La sua plissettatura è il suo marchio di fabbrica. Come per Johji, la produzione dei suoi abiti avviene solo in Giappone. Issey M.
il suo plissè

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